Redditometri, spesometri e fiscometri vari hanno fatto il loro tempo. Pare che anche il Governo, alla fine, si sia reso conto di come, negli ultimi tempi, la presunzione di determinare il reddito dei contribuenti attraverso indici e analisi statistiche, abbia raggiunto un insopportabile livello di perversione.

In teoria l’idea che chi possiede un panfilo ormeggiato a Portofino e dichiara redditi bassi sia un potenziale evasore sembra non fare una piega. Funziona, soprattutto dal punto di vista mediatico e non casualmente i vari ministri delle finanze vi hanno investo impegno e risorse. Nella pratica però, lo strumento si è rivelato di difficile gestione e di scarsa efficacia e la sua applicazione in modo automatico, inflessibile ed acritico si è rivelata spesso irrispettosa dei fondamentali principi di equità e correttezza giuridica.

Il tutto si è tradotto in infiniti contenziosi che non hanno nemmeno ottenuto i risultati attesi in termini di aumento di gettito. Emblematico il caso del redditometro che, secondo la Corte dei Conti, “ha assunto un carattere sempre più marginale nella complessiva strategia di contrasto all’evasione fiscale”.

I grandi evasori (quelli con il panfilo) ai quali, grazie al redditometro, sono state contestate cifre sopra i 51.646 euro hanno rappresentato, nel 2016, solo l’11% del totale degli accertamenti. In un caso su 5 (21%) la maggior imposta accertata si è concentrata addirittura nella fascia tra 0 e 1549 euro. Altro che grandi evasori !

Per questo motivo non possiamo che accogliere positivamente il cambio di strategia che si profila all’orizzonte e che prevede una minor invasività degli strumenti fiscali ed un maggior ricorso all’adempimento spontaneo. Allo stesso modo, non possiamo non sostenere il ricorso sempre più esteso ai controlli attraverso l’incrocio delle banche dati in possesso dell’amministrazione che— oltre a risultare più efficace nell’individuare gli evasori— può contribuire a ridurre gli adempimenti comunicavi e i pesanti oneri burocratici che oggi gravano sulle imprese e sui cittadini.

Va in questa direzione anche la trasformazione degli studi di settore in indicatori sintetici di affidabilità fiscale. Indici che non faranno partire controlli o accertamenti automaci, ma che serviranno da avviso al contribuente. Speriamo che questo cambio di verso sia reale e duraturo. Tuttavia non vorremmo che si dimenticasse una realtà fondamentale e cioè che la migliore lotta all’evasione non si fa con la repressione, ma con la semplificazione burocratica e la sostanziosa riduzione degli oneri fiscali.

Maurizio Franceschi – Direttore Confesercenti Venezia